Ariete con “Tutti tornano a casa” punta sui rapporti umani e sull’intelligenza artigianale

Non è facile tornare dopo tre anni. Non è facile tornare in generale con qualcosa di nuovo, specie se con quello che hai fatto prima ti sei affermato. Lo sa bene Ariete, al secolo Arianna Del Giaccio, che ha deciso di esserci di nuovo. Non semplicemente con nuova musica, ma portando sé stessa, autentica e coerente con il percorso che ha fatto. Con gli anni che ha vissuto in più e con la maturità che ha acquisito. Sia sul lato testuale che su quello musicale, ma soprattutto di vita. Che è la cosa più importante.

Si chiama “Tutti tornano a casa” il disco dell’artista romana, che ha voluto trasformare i suoi inediti in un diario d’amore, anzi, in un diario di più amori. Ma anche in un condominio fatto non tanto di collaborazioni, quanto di relazioni umane. Ce ne sono tante, ma tutte azzeccate. Da “Che bella vita”, brano che ha aperto la pista al disco, realizzato con Angelina Mango nel 2023 e che ha visto la luce ora, a “Mano Nella Mano” con l’amico romano Fulminacci, “Casa Mia / Casa Tua” con Tredici Pietro e “Quando La Luna Si Accende” con prima stanza a destra.

Siamo andati a trovarla, proprio per scambiare due chiacchiere a proposito del suo ultimo lavoro, per scoprire di più di quella che è stata un’evoluzione, più che una “Rivoluzione”, citando uno dei brani contenuti all’interno del disco.

L’evoluzione è la cosa più concreta che c’è stata nella mia persona, nel mio modo di approcciarmi alla musica, nel mio modo di approcciarmi al relax, banalmente, quindi a stare un po’ fuori dalle scene, ma proprio in tutto. Instagram non l’ho usato, social, magari TikTok per postare due cazzate, però nulla che riguardasse la musica o il teasering. E poi, per una come me, che ha sempre spoilerato tutto, stavo le ore in diretta, diciamo che ci ho messo pure un po’ per dire: ok, no, sono uscita da queste situazioni qui, almeno per poco, ma non pochissimo direi, soprattutto per come si muovono le cose.

L’evoluzione c’è stata a 360 gradi, proprio nel mio vivermi la vita, la musica, l’aspettativa dei progetti, dei tour, dei numeri, di quello che devo dare a me stessa piuttosto che agli altri. Il concetto di rivoluzione è che, appunto, penso che sia una tematica che si può avvicinare molto a quello che è il mio progetto, perché sono sempre stata un’artista molto schierata, non mi sono mai tirata indietro in quanto a opinioni politiche, piuttosto che ad andare al concerto pro-Pal, cantare lì, piuttosto che il Pride. Quindi, ovviamente, io la rivoluzione cerco di farla un po’ sempre nei miei piccoli passetti giornalieri. Nella vita di tutti i giorni. Poi provengo da una famiglia molto schierata a sinistra.

Mio papà, comunque, fa parte di associazioni per le famiglie con ragazzi transessuali, piuttosto che la foto profilo “Io sostengo la legge Zan”. È un uomo molto colto che fortunatamente mi ha insegnato tante cose rispetto a come fare la rivoluzione giorno per giorno. È il più grande fan al mondo di Pannella, di Marco Pannella, che appunto mi dà come riferimento per schierarsi ogni volta. E quindi io, appunto, con “Rivoluzione”, ovviamente il brano in sé è un brano d’amore, utilizzo però quel gancio sulla parola per far sì che ci sia magari anche un dialogo, no? Con le persone che me lo chiedono e con quello che è il mio progetto.

Mi ricollego a questo concetto di essere radicali, magari come Pannella. Tu sei molto radicale, e questo disco in qualche modo lo è. È un disco d’amore, giusto un pochetto. Ecco, non è che per caso da quel punto di vista questo disco è davvero una “Rivoluzione”? Nel senso che sembri molto più libera nel raccontare tutte le sfumature dell’amore.

Verissimo. Sì, devo dire verissimo. Io ho avuto la fortuna e sfortuna, quando mi sono fermata, di aver chiuso una relazione importante, comunque pesante, anche tossica, diciamo che non si è chiusa nel migliore dei modi. E poi, insomma, qualche mese dopo ho conosciuto una persona che mi ha dato – forse è la prima volta che mi succedeva – l’ispirazione per mettere in musica ogni passaggio della nostra relazione. Ora io e questa persona stiamo insieme, però per farti un esempio, in “Capricci”, che è il secondo brano del disco, io e quella persona non stavamo insieme.

Anzi, io ero stata un mese a Milano, lei era rimasta a Roma ed era un po’ incerto il nostro futuro. Io avevo appena iniziato il percorso di terapia in maniera molto profonda e quindi non a caso dico “ho paura di capirti o forse di rapirti nella mia testa psicoanalizzata”. Perché appunto ho cercato di mettere la paura dell’iniziare una nuova relazione e del rinnamorarsi, dopo comunque qualcosa di traumatico, molto più su di me che sull’altra persona. Quindi molto meno “voglio darti tutto, quanto ti amo, ti aspetto quanto vuoi”, piuttosto “quanto è bello ma allo stesso tempo dannoso per me entrare in una nuova relazione”.

Magari invece “Rivoluzione” è un brano che ho scritto a relazione bella che avviata perché appunto stiamo insieme da più di un anno, quindi mi sono sentita libera di dire: è una cosa bellissima che sono contenta mi sia capitata. Piuttosto che anche sulle canzoni un po’ più diciamo tristi, ma non lo voglio dire. Perché alla fine l’unica che sento veramente molto triste e profonda è “Tachicardia” – che però parla di tutt’altro, parla di un lutto. Invece nelle canzoni che raccontano la mia relazione tossica ho cercato di essere comunque il meno negativa possibile.

Mi viene in mente appunto “La mia bocca, la tua bocca” che è un brano in cui sì, la relazione è finita, però io cerco comunque il dolce amaro alla fine. Dico “la mia bocca la tua bocca si incontravano allo stesso posto”, me lo lasci un buon ricordo. Cioè ci torni lì almeno per darmi un buon ricordo dove le nostre bocche si incontravano. Quindi diciamo che ho cercato di approcciare all’amore e alla fine dell’amore in modo molto più presente proprio in quanto persona.

Io mi sono segnato alcune parole che ho letto nella locandina del tour: “Referenziata, psicanalizzata, estroversa fumatrice, viaggi spesso”. Ma c’è qualche definizione o aggettivo che manca a questa descrizione per descriverti alla perfezione?

Vabbè, ovviamente abbiamo voluto fare anche un po’ il giochetto che sto cercando coinquilini e quindi quando metti l’annuncio… abbiamo fatto anche l’easter egg che c’è scritto psicanalizzata e poi nel brano è detto più volte. Ma se devo trovarne uno totalmente sincero ti direi sicuramente “generosa”, ad oggi pure un po’ imparanoiata. Ci sono delle sensazioni che non mi ero resa conto di poter provare magari prima, quando andava tutto molto velocemente. E un po’ appunto, sembra brutto dire così, però è vero che comunque quando sei nel turbine delle cose ti senti pure un po’ onnipotente.

Dici: vabbè, stiamo andando a vela, sta andando tutto velocemente, sta andando tutto benissimo, dischi d’esordio, tour, Sanremo, altro tour. Era un periodo di grande fertilità e invece poi, fermandomi, mi sono resa conto che delle emozioni, che magari tutta questa mole di cose stava schiacciando, un po’ sono uscite fuori togliendomi dalle scene. Quindi ho scoperto anche di essere una bella imparanoiata. A oggi direi anche più solitaria del solito, ma comunque estroversa.

Però questa paranoia secondo me la nascondi bene, mi sembri più che altro cosciente rispetto al tuo progetto e al tour.

Io sento di essere una persona molto lucida e la maggior parte delle volte cerco di essere anche onesta con me stessa. Devo dire che poi in questo lavoro, che è il lavoro della musica, si divide un po’ negli artisti che fanno quello che devono fare e via, proprio freestyle, non pensano magari al minimo dettaglio. E invece gli artisti che sono anche un po’ manager. Quindi magari hanno la testa un po’ più aziendale, quasi. Io comunque sono una persona molto meticolosa e molto consapevole, come ho detto. Mi piacerebbe pure fare la talent scout, la manager. Mi piace molto il lavoro della musica in generale, mi piace l’idea di lavorare con la musica a 360 gradi. Mi piace sì stare sul palco, però anche quello che vedo fare dietro comunque è una roba che mi emoziona. Detto ciò, a questo tour mi approccio come ho detto con consapevolezza, sicuramente con paura.

Ma non per una questione di numeri, quanto proprio della mia persona, il mio corpo di nuovo su un palco, per un’ora e mezza, due ore – adesso ancora non so bene quanto durerà il concerto, però essendo io una che parla a profusione sicuramente saranno un’ora e mezza di canzoni e mezz’ora di cazzate come al solito. Devo dire che sì, la domanda che mi sono posta spesso, diciamo ricominciando, è tipo: prima ero di corsa, lo facevo, non mi rendevo conto che stavo magari sul palco di un palazzetto, piuttosto che dell’Arena di Verona. Ad oggi, essendo che sto ricominciando piano piano, la mia domanda genuina che faccio a me, ma la faccio anche pubblicamente, è: cazzo, chissà se è una cosa che ho ancora in canna, no? Perché comunque ho fatto proprio una vita così normale negli ultimi due anni, così dietro le quinte: quindi vai in studio, ti prendi il caffè, ti fumi le sigarette, vai a pranzo, capito? A questo ritorno mi ci approccio felice ma dubbiosa.

Ma non dubbiosa sul pubblico, sulla resa delle canzoni, sulla resa live. Dubbiosa proprio che mi guardo allo specchio e dico: Ari, stiamo tornando su sta carrozza, ci siamo, siamo pronti. Poi quando bisogna parlare, farsi la giornata così, bella. Quando invece poi però sale molto la sovraesposizione… Mi viene in mente all’Arena di Verona con Angelina, io me la stavo facendo addosso. E all’Arena di Verona ci ho cantato boh, tipo otto volte. E non ho mai avuto quella cosa tipo: oddio, sto salendo sul palco, ho l’ansia. Questa volta sì. Ho preso Nina (Angelina Mango, ndr) e le ho detto: “Nina, amore mio, dammi la mano perché non so se ce la faccio”. Lei devo dire mi ha calmata molto, sì. E prima che iniziassi a cantare, il brano non ha un intro vera e propria, lei appena è iniziato il click, mi ha guardato, ha fatto un bel respiro e via. Poi guardarla negli occhi tutto il tempo diciamo è stato molto d’aiuto.

A proposito di Angelina e “Tutti tornano a casa”, hai molti feat nel disco, ma mi sembrano tutti azzeccati. Non sembrano solo collaborazioni, ma quasi un tuo condominio ideale, con persone con cui potresti convivere.

Io sui featuring mi sono ripetuta duemila volte. Sui miei progetti soprattutto sono molto selettiva. Ma non perché non viene mai nessuno da te che ti dice: facciamo un pezzo sul tuo disco. Ovviamente succede sempre che è fammi un pezzo sul mio disco. E io quando c’ho da fare i pezzi sui dischi degli altri ho collaborato con tanta gente: da Nerissima Serpe e Villabanks, fino a Tiziano Ferro e Gianni Morandi, ovviamente Rkomi, Tananai. Però sui miei progetti, invece, contandoli abbiamo Psicologi, poi ho anche collaborato con Marco nel primo EP e Alessio nel secondo. In “Specchio” ci stanno Madame e Franco (126, ndr). Ne “La Notte” c’è Chiello e basta. Questo per farti capire anche quanto a me interessi proprio l’artista. Cioè a me quelle cose fatte a tavolino non mi piacciono e poi su questo disco ho avuto anche più tempo per parlare con la gente, quindi interloquire. Perché solitamente quando devi chiudere un featuring e il tempo di scrittura del disco è tipo un anno, ovviamente, poi devi fare la corsa.

Invece avendo avuto tre anni, piano piano, mi sono costruita tutto. Angelina già esisteva, prima stanza l’ho beccato spesso, Fulminacci l’ho beccato spesso, in primis come amico, Pietro, anche se non l’ho beccato spesso, insomma, è una persona con cui sono molto in confidenza, a cui voglio molto bene, abbiamo fatto molto più serate che session in studio. È uguale con Filippo (Fulminacci, ndr), molte più cene, giochi di carte, viaggi, piuttosto che giornate in studio. Però appunto sono contenta perché comunque un album con dei featuring è sicuramente un album, non voglio dire più interessante, ma che indubbiamente salta un po’ più all’occhio. Però devi essere brava a renderlo interessante.

Non penso di avere nomi casuali, diciamo così. Sono tutte cose coerenti. C’è Prima stanza a destra che magari è quella cosa un po’ più trendy, però comunque è stato molto voluto da entrambi. Tra l’altro in tutti i brani mi sono beccata fisicamente in studio con le persone. In passato mi è capitato io di mandare strofe telematicamente o altre persone che me le mandavano. Invece a questo giro proprio c’è stato il tempo, che è quello che poi serve da maestro e padrone, per fare tutto con molta calma.

Quindi riassumiamola così: in un’epoca di intelligenza artificiale, Ariete sostiene sostanzialmente che c’è bisogno di tempo e di rapporti umani. Ti piace come titolo?

Mi piace, perfetto.

[📸 Courtesy of Words For You]

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