Cesare Cremonini e Lucio Dalla, il duetto da brividi in “Stella di mare”: “Una canzone che abbatte le barriere del tempo”

Un silenzio rispettoso. Quasi come se non ci si trovasse in uno studio di registrazione, ma dentro una cattedrale, in attesa di una celebrazione pasquale. E in effetti a officiare questo momento sacro è arrivato Cesare Cremonini, sacerdote laico della religione “dalliana”, a portarci in dono eucaristico uno dei salmi più significativi dell’antico (ma sempre nuovo) testamento di Lucio Dalla, scomparso troppo presto il 1° marzo 2012: “Stella di mare”. Non è blasfemia, è riverenza. Necessaria e rispettosa nei confronti del genio che ha cambiato per sempre la musica italiana. Con la sua penna, con le sue canzoni, con le sue opere d’arte, multiformi e capaci di diventare film, poesie, quadri, fotografie.
 
E Cremonini ha deciso di diventarne divulgatore, portatore sano di quella magia che non tutti conoscono in profondità. Lo fa con “Stella di mare”, il pezzo presente in “Lucio Dalla” del 1979, che già quest’estate aveva portato in duetto virtuale negli stadi, e che stavolta diventa un progetto discografico, uscito oggi a mezznotte. In una veste nuova, con un sound più moderno e contemporaneo, con la sua voce che si mischia a quella di Dalla, nella versione master originale del 1979 proveniente direttamente da un “bunker” in Germania, dove la Sony custodisce gelosamente i gioielli più preziosi della sua storia musicale.
 
Cesare è fermo, emozionato, un fiume in piena. E ci ha spiegato, in conferenza stampa, perché, come e quando ha deciso di fare questo passo, che è un punto di non ritorno. Iniziato nel 2018, quando nel primo tour negli stadi decise di cantare “L’anno che verrà”, ma anche prima nel 2015 quando scrisse “Io e Anna”, il sequel liberamente ispirato alla meravigliosa “Anna e Marco”. Quest’estate però una lampadina s’è accesa, frenata inizialmente dal timore di toccare un mostro sacro come Dalla. Ma poi sbloccata dai molteplici sottotesti che c’erano dietro quell’idea, spinta ulteriormente dopo aver visto «i Queen con Brian May che faceva il duetto virtuale con Freddie», o McCartney farlo con Lennon. Ed è in quella stessa notte in cui vide l’esperimento digitale che ha riunito i due Beatles che ha pensato: «Ma dai non è un’idea così pazzoide, forse sto cogliendo un desiderio del mondo di non perdere pezzi, di restare attaccato a delle radici che oggi sono importanti», dice Cremonini.
 
È la prima volta che la Fondazione Lucio Dalla concede la voce originale dell’artista per un duetto e il prescelto non poteva che essere Cremonini, degno e unico erede di quella tradizione cantautoriale bolognese. E non poteva che essere “Stella di mare” per Cremonini la prescelta tra gli infiniti capolavori di Dalla. Vuoi per la sua modernità, vuoi per la sua struttura, che, come spiega l’autore de “La Ragazza del futuro”, «permetteva di concedermi una prima parte per fare da apripista a lui, per inginocchiarmi e dargli tutto il mio palcoscenico, facendomi da parte». Nella versione che uscirà il 29 settembre, Cremonini muta e si evolve, con la sua voce graffia e accarezza acquisendo sfumature nuove ed emozionanti. Mentre parte la canzone, che abbiamo ascoltato in anteprima, è fermo, con gli occhi chiusi, ad ammirare silenziosamente il risultato di un percorso che è prima di tutto umano e poi musicale.
 
Prima però c’è spazio per un’ulteriore magia. Quando d’improvviso parte la voce isolata del master originale del brano, in cui si sente Lucio Dalla cantare “Stella di mare” tutta d’un fiato. Con i respiri, i ritorni in cuffia, le mani che battono a tempo sui suoi scat iconici. Cesare si alza di scatto e si mette al pianoforte, seguendo il maestro cantare. «Hai la sensazione di essere con lui, quasi mano nella mano, a cantare dentro il suo piccolo studio, in un’epoca che non c’è più, ma che ogni tanto forse è bene ricordare», dice Cremonini introducendo il momento inedito. La sua è un’operazione culturale, soprattutto alla luce della reazione che aveva ricevuto dopo l’esibizione negli stadi del brano. «Pensavo di aver fatto una cosa che avrebbe ribaltato lo stadio, invece il pubblico era rimasto impietrito. Vi posso assicurare che anche adesso mentre suonavo e sentivo la voce di Lucio che cantava, io la forza e l’energia che sento è quella di Lucio vivo che è qua, che ci serve e che vorremmo abbracciare. Sul palco mi dava la stessa sensazione. Questa energia però di riflesso aveva un pubblico che per la maggior parte non conosceva questa canzone, cosa che mi ha ovviamente colpito moltissimo».
 
Anche per questo parte il desiderio discografico di quella che lui definisce un’opera d’arte. Come la cover del brano, realizzata dall’artista Gianluigi Toccafondo. Si rivolge alle nuove generazioni, ma anche a sé stesso, arrivato a un punto di maturità artistica e di vita tale per cui questa scelta è diventata necessaria. «Mi sono reso conto che avevo interiorizzato non solo un modo di cantare proprio di Lucio, ma proprio una forma espressiva tipica della mia terra, cioè di Bologna. Al punto tale che solo cantando Lucio riuscivo a esprimerla completamente. E questa cosa per me è stata abbastanza rivoluzionaria».
 
E girando per Milano, “sguardo maligno di dio, zucchero e catrame”, di ritorno dall’evento, con la voce di Dalla assorbita come una spugna nel cervello, quella sensazione di ritorno a quel 1979, l’anno di “Banana Republic” con Francesco De Gregori, dell’album “Lucio Dalla” ovviamente, del mondo che cambia alla fine degli anni di piombo, continua a rimanere viva. E che soprattutto, il risultato dell’accoppiata virtuale di Cremonini e Dalla non è una semplice operazione nostalgia, ma un solido e credibilissimo duetto, che solo il tempo e la fatalità ha impedito che avvenisse prima. Un brano che rilancia il bisogno delle canzoni d’amore e delle parole, che dal 1979 al 2022 rimane immutato ed eterno. Come un pezzo di Lucio Dalla.

[📸 Kimberley Ross; Archivio Fotografico Pressingline (M.Viola)]

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