Cesare Cremonini l’ha fatto di nuovo: “Alaska Baby” è il viaggio che ci meritiamo (e di cui avevamo bisogno)  

Si apre così, nel deserto incontaminato a bordo di una Dodge Durango, ad accompagnarci verso la luce, il freddo e la bellezza incantevole dell’Alaska baby. A invitarci a salire è Cesare Cremonini, il quale dichiara che: sì, questo sarà un viaggio importante, di quelli che ti cambiano la vita e che ti portano a scrivere un album benedetto. E magari ti dà pure lo spunto per buttare giù almeno due, tre, quattro, ma anche di più, canzoni che negli stadi suonano da paura. “Alaska baby” è il suo titolo, in uscita domani, venerdì 29 novembre 2024. 

L’album e il docu su Disney +

Un disco di rinascita, di riscoperta, nato dopo il tour da record del 2022 e dopo uno blocco creativo. 45 giorni di nebbia, nella sua Bologna, combattuti partendo per un viaggio senza meta, da Antigua, nei Caraibi, al cuore dell’America, passando per l’Alaska alla ricerca dell’aurora boreale, fino al ritorno sempre a casa, nella sua Bologna. «La mia necessità in questo momento è quella di mettermi in discussione, provare a ritrovare un’energia da disco d’esordio, in un momento della mia carriera in cui il peso specifico di quello che ho fatto inizia comunque ad esserci», racconta Cremonini. Oltre alla musica, a parlare è anche un documentario in uscita su Disney+ che racconta i momenti segreti dietro l’album, la nascita di un progetto attraverso l’intreccio tra viaggio fisico e interiore, fino alla visione simbolica delle aurore boreali, dove Cesare conclude il suo incredibile viaggio umano e artistico.

Ristabilire le cose importanti, come l’amore, è un esercizio utile, quanto mai fondamentale per i nostri tempi. Un po’ come guardare le “Aurore Boreali”, o un po’ come ascoltare, per il vero piacere di farlo, 12 canzoni, che si trasformano in stazioni di un viaggio intercontinentale in prima classe verso la cura, la buona musica, le cose fatte bene. E a questo il buon Cesare ci aveva abituato già da tempo, in una carriera segnata da album che sono pietre miliari della musica italiana. Ma ogni volta il cantante bolognese riesce a fare un passaggio ulteriore, rendendo armoniosi i colori – di cui coniò in musica la famosa teoria nel 2012 – apparentemente diversi sulla sua personalissima tela. Che ha custodito gelosamente per tutto questo tempo, tranne rare eccezioni, ma che stavolta vede non una, non due, non tre, ma ben quattro partecipazioni. Non buttate lì per caso per carenza di idee, o per creare hype, ma perché era giusto che ci fossero. Una voce divina, che le “Aurore Boreali” ce le ha fatte vedere per oltre 20 anni, come quella di Elisa. Il timbro dance conosciuto in tutto il mondo degli italianissimi Meduza in “Il Mio Cuore È Già Tuo”. Mike Garson, pianista formidabile con David Bowie, tra gli altri, che ha dato ancora più respiro internazionale all’album, con il suo contributo in due pezzi – “Ragazze Facili” e “Dark Room”. L’orgoglio bolognese e l’ostinata voglia di stupire di quel ragazzo di 62 anni, che è Luca Carboni.

La Madonna di San Luca

Un incontro tra due istituzioni della città, che già avevamo amato in “Fisico e politico” del 2013, sulle note di “Mare Mare”, ma che ora assume un significato ancor maggiore. Perché tra il sacro e il profano, “San Luca”, uno dei brani cardini di questo album che parla del famoso santuario bolognese, sembra quasi scritta appositamente per lui. Un brano rimasto nel cassetto per un po’, ma che dopo l’intervista al Corriere della Sera di Carboni, in cui parlava della sua guarigione dalla malattia, ha trovato un senso logico all’interno del disco. «Dopo un secondo che avevo letto l’intervista, io ho mandato questa canzone a Luca, e gli ho scritto che ho visto in quella cosa, in quell’evento, il perché esisteva quella canzone. Perché il testo sembra cucito su misura di Luca. La mia è stata una presunzione, ma è stato anche un istinto. Luca ha sentito la canzone, mi ha scritto e poi chiamato con l’emozione di chi sembrava quasi che avesse trovato un piccolo miracolo anche lui in questa canzone, da attraversare insieme». 

Il racconto della genesi del singolo, poi continua ricordando la commozione di quel momento unico. «Quando è venuto in studio, nel documentario ci sono dei momenti che lo raccontano, io mi sono messo da parte. Perché era talmente tanto una cosa privata sua, quella di tornare a cantare dopo due anni, che io ho avvertito, mi commuovo a dirlo perché è tosto da vivere, è difficile spiegarlo se non riesci a raccontarlo bene. Ho visto che lui stava superando una sua barriera personale. C’era anche sua moglie in studio che aveva gli occhi gonfi. Questa cosa qua ha regalato all’esperienza di creare un album dei ricordi in qualcosa, che per me valgono tantissimo ed è il motivo per cui ho deciso di usarla come singolo. La verità in una canzone oggi è difficile da scorgere ed è anche celata spesso attraverso il filtro dell’informazione, per cui quando ce l’hai in una canzone, che è una delle armi di comunicazione di massa più importanti ancora al mondo, direi che hai tutto tra le mani. Non puoi chiedere di più, è un apice della mia carriera».

Un disco da Champions

Non è presunzione, ma ricerca di eccellenza. Usando una metafora calcistica, “Alaska Baby” è da Champions League, come il Bologna di Thiago Motta l’anno scorso. E forse c’era da aspettarselo già dal singolo che ha aperto il disco, “Ora che non ho più te”. Speranzoso, ma malinconico, cremoniniano, ma aggiornato ai tempi d’oggi. Contemporaneo, ma rétro. Interpretabile a proprio gusto, come fa notare Cremonini sotto i commenti YouTube del video ufficiale, che abbracciano tante generazioni tutte con la loro sfumatura personale. Non è un mero esercizio di stile, quello messo in atto dal cantautore bolognese anche questa volta, non è musica da camera, è musica da stadi. Anzi, è cantautorato da stadi. Nell’epoca moderna della musica liquida, la sua è quanto di più fisico ci sia. Come un abbraccio dopo un momento difficile, quello che forse avrebbe voluto in “Ragazze facili”, in cui dice di essere nudo senza barriere, o in “Una Poesia”, che un po’ richiama al passato, sia sentimentale che discografico, come ai tempi di “Bagus” o “Maggese”, fino al pezzo conclusivo che sembra più un invito all’imminente nuovo tour negli stadi. 

Palchi accesi dentro ai suoi pensieri

«Palchi accesi dentro ai miei pensieri, sotto ai grandi cieli, le città», canta in “Acrobati”. Quei palchi che da giugno tornerà a calcare. «È un tour importante quello che sta arrivando, per una questione legata al percorso che ho fatto dal vivo. Ma non soffro dello status degli stadi, però credo che sia proprio uno status mentale quello degli stadi, è uno status che ho già dentro, è uno “stadio mentale”. Nel senso che io sono nato da bambino cercando il sogno degli stadi, quando ancora solo per pensarlo ti portavano in galera e ti perquisivano. Perché c’è stato un periodo in cui se tu dicevi nel ‘99 o nel 2000 “Facciamo un tour negli stadi, ho venduto un milione di copie”, ti linciavano in piazza. Perché era un territorio di confine che andava di pari passo con una credibilità e un sacco di altre cose, che sono una severità nel giudizio che poi mi sono portato sempre dietro. Quindi adesso forse mi sto liberando anche da quel tipo di sensazione e credo di essere in un momento nel quale posso avere quella consapevolezza che serve per starci veramente bene sopra. E credo che il pubblico, in qualche maniera, che mi ha seguito mi sta dando proprio quella fiducia, perché ha visto con che approccio lo sto affrontando e che percorso ho fatto anche per arrivare fino a lì». Sì, il pubblico l’ha capito. Perché i biglietti staccati, prima che esca il disco, sono già oltre 500.000. Non un caso, ma l’ennesima dimostrazione del percorso che Cesare Cremonini ha fatto in questi 25 anni e che aumenta nell’aura ogni disco che passa. Proprio com’è accaduto anche questa volta.

[📸 Luigi & Iango]

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