Ci sono designer che conquistano perché hanno trovato una formula, e altri che interessano proprio perché sembrano rifiutarsi di averne una. Conner Ives appartiene senza dubbio alla seconda categoria. È uno dei nomi che seguo con maggiore curiosità tra quelli emersi negli ultimi anni: il suo linguaggio è riconoscibile senza essere prevedibile e, soprattutto, possiede quella rara capacità di tenere insieme elementi apparentemente inconciliabili senza mai farli sembrare una forzatura.
Le sue giacche kimono, diventate rapidamente uno dei cult delle ultime stagioni, sono forse l’esempio più immediato di questa attitudine: evocano l’esotismo decorativo dell’inizio del Novecento, tra tessuti preziosi, ricami e suggestioni orientali, per poi precipitare con naturalezza in una sensibilità pop, contemporanea, quasi irriverente. Ma fermarsi lì significherebbe ridurre Ives alla sua parte più immediatamente riconoscibile. Il suo eclettismo si sviluppa su molti più livelli: nella capacità di accostare romanticismo e humour, glamour e imperfezione, memoria e cultura pop; nell’uso di colori e texture opulenti che non cercano, però, quella bellezza rassicurante, levigata e perfettamente catalogabile che la moda spesso continua a proporre.
È forse proprio qui che si trova la sua anima più profondamente londinese: controcorrente, ironica, colta senza essere accademica, capace di prendere il lusso e di sporcarlo quanto basta per restituirgli una nuova forma di libertà. E ieri, 12 settembre, Ives ha portato tutto questo a New York. Non semplicemente perché è nato qui, ma perché, dopo aver costruito il proprio immaginario a Londra, ha avuto bisogno di tornare nel luogo da cui era partito per capire cosa, di quella prima versione di sé, fosse rimasto intatto. Il debutto alla New York Fashion Week diventa così una sorta di conversazione tra due città, due identità e due momenti della stessa vita. Non una scelta tra Londra e New York, dunque, ma la possibilità di farle finalmente convivere.
La collezione Spring/Summer 2027 nasce proprio da questa tensione. L’America di Ives non è una cartolina e, soprattutto, non è un’immagine univoca. È un Paese fatto di contraddizioni, di riferimenti che si sovrappongono, di codici presi in prestito e continuamente reinventati. C’è il West, suggerito da denim ricamati e motivi equestri; c’è una certa idea di eleganza americana filtrata attraverso il tailoring britannico, grazie alla collaborazione con lo storico sarto di Savile Row Gieves & Hawkes; c’è il glamour della vecchia New York, ma anche qualcosa di volutamente scomposto, quasi scandalosamente informale.
I completi sartoriali, per esempio, non vengono trattati con la compostezza che ci si aspetterebbe. La giacca è indossata con il colletto sollevato, la cravatta perde la sua simmetria, i pantaloni finiscono infilati nei calzini. L’effetto è quello di un’eleganza arrivata da qualche parte dopo una notte troppo lunga, o forse di un abito impeccabile che ha semplicemente smesso di preoccuparsi di esserlo. È un gesto piccolo ma eloquente: Ives sembra chiedersi cosa succederebbe se prendessimo tutti i codici della rispettabilità americana e decidessimo, finalmente, di non rispettarli fino in fondo.
Anche il motto della collezione, “Bring back shame”, gioca con questa ambivalenza. Perché, se c’è una cosa che Ives sembra voler rivendicare, è proprio il diritto alla sfacciataggine, alla teatralità, all’eccesso. Alla possibilità di vestirsi senza chiedere il permesso. E infatti la collezione procede per collisioni felici. Frange flamenco incontrano motivi chinoiserie, denim e ricami convivono con silhouette più sensuali, il rigore del tailoring lascia spazio a catsuit da matador e abiti in chiffon dalla leggerezza quasi spettrale. Non c’è il tentativo di uniformare queste suggestioni dentro un’unica estetica: Ives preferisce lasciarle parlare contemporaneamente, come accade in una città costruita da migrazioni, contaminazioni e identità sovrapposte. È una moda che non ha paura di essere molto. Molto romantica, molto colorata, molto decorativa, molto sexy, molto americana. Ma proprio perché non sembra voler dimostrare nulla, riesce a evitare il rischio dell’eccesso fine a se stesso. Il glamour di Ives è sempre attraversato da una vena di humour che lo rende umano, persino vulnerabile.
E poi c’è il ritorno a casa, che dà alla collezione una profondità ulteriore. Tornare nel luogo da cui si è partiti significa inevitabilmente confrontare ciò che si era con ciò che si è diventati. Ives lo fa senza nostalgia paralizzante: guarda alla propria storia americana attraverso gli strumenti che ha sviluppato vivendo e lavorando a Londra. New York, in altre parole, non è più la città che aveva lasciato. E nemmeno lui è più il ragazzo che l’aveva lasciata.
Forse è proprio questo il punto più interessante del suo debutto: Ives non arriva a New York per dimostrare di essere americano. Arriva dopo aver costruito altrove un’identità sufficientemente forte da potersi permettere di tornare alle proprie origini senza esserne definito. E allora il suo “coming home” diventa qualcosa di più universale: la possibilità di guardare alle proprie radici da una distanza abbastanza grande da poterle finalmente reinterpretare.
In questo senso, Conner Ives sembra essere perfettamente nel posto giusto e, allo stesso tempo, leggermente fuori posto. Ed è probabilmente questa la sua qualità migliore. La sua moda non cerca di risolvere le contraddizioni: le celebra. Non vuole scegliere tra Londra e New York, tra passato e presente, tra eleganza e disordine, tra alta moda e cultura pop. Preferisce invitare tutto alla stessa festa. E cosa c’è di più squisitamente londinese e newyorkese, se non proprio questa attitude?
[📷 Instagram: connerives]