Possono ciliegie e gag face mask convivere insieme in una collezione che trasuda ribellione femminile in ogni centimetro di tessuto? Con Dilara Findikoglu non solo tutto ciò è possibile ma diventa una narrazione affascinante e fortemente femminista, in un turbinio fatto di luci e ombre, dannazione e resurrezione. Ci troviamo nel cuore di Londra, più precisamente nella dimora storica della Ironmonger’s Hall, con tutta l’allure di un’antica casa di campagna. Ed è qui, che le Dilara Girls, ieri sera, 21 settembre 2025, hanno preso vita con il loro consueto gusto per la provocazione che non diventa mai fine a se stessa, quanto piuttosto una protesta sensuale, erotica e personale.
Avanzano sinuose in passerella, tra bustier gotici e candidi drappeggi, giacche da ancien règime con rouches e borchie, camicie con gorgiere in pizzi trasparenti e mini in pelle effetto layering, mini dress effetto second skin e pantaloni con alamari che si affidano al sapiente uso della designer nel giocare con sovrapposizioni sofisticate e sperimentali, conferendo al tutto l’ensemble qualcosa di vagamente vissuto eppure con una potente forza evocativa. Sono gli accessori di queste donne prigioniere ma determinate a ribellarsi il vero punto di forza della collezione: bangles che decorano interamente le braccia ci riportano in mente il medioevo e le sue figure mitiche, a metà tra guerriere e streghe reiette; le maschere, completamente composte da pendenti in argento invecchiato e amuleti, ci parlano di un esotismo antico, ancestrale, tra boudoir ed esoterismo.
La designer turca ha lanciato per la prima volta in passerella anche la sua collezione di borse, in pelle effetto pitone o liscia, presentate con dovizia di particolari attraverso gli oggetti che si trovano all’interno: pacchetti di sigarette, fiammiferi, anche delle ciliegie, simbolo di una passione proibita e fruttuosa, che giocano un ruolo fondamentale nella dicotomia tra purezza e peccato. Sulle vesti candide, le ciliegie perdono la loro connotazione di frutto delizioso e innocente per diventare emblema dei sessualità e femminilità viscerale, con un chiaro rimando al ciclo mestruale. L’abito bianco, da sempre considerato emblema di purezza, verginità e matrimonio, diventa in questa collezione la divisa controversa di donne che hanno scelto di non sottostare a una rigidità di schemi obsoleta, ma che scelgono di mostrarsi nell’interezza multisfaccettata della loro personalità, nel bene e nel male. Eva ha scelto di mangiare il suo frutto prediletto ma non vuole più essere la responsabile del peccato originale: peccare è dopotutto umano e ci ha fatto i conti già da tempo, assecondando una natura che non può essere giudicata ma semplicemente essere lasciata libera di esprimersi.
Donne innocenti non perché vittime, ma perché così le hanno rese: la “Cage of Innocence” di Dilara Findikoglu è una prigione da cui liberarsi, finalmente, da imposizioni di un sistema che non rappresenta più la società attuale e forse non avrebbe mai dovuto farlo. Perché tante, troppe innocenti hanno pagato in passato e a volte continuano sfortunatamente a farlo; alle catene sociali imposte al femminile Dilara oppone catene d’argento sensuali che accarezzano il corpo e i riferimenti al mondo del BDSM come arma consapevole contro una violenza di genere diffusa. E le ciliegie non ci sono mai sembrate così buone come ieri sera.
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