Dopo averla scoperta attraverso i look visionari sfoggiati da icone globali come Lady Gaga e Dua Lipa, ho avuto il piacere di chiacchierare con Ilona Perla Marie Claire Slama. Giovanissima designer di Los Angeles, Ilona è riuscita a trasformare la propria vita, fatta di ombre e momenti difficili, in un potente sbocco creativo, dando vita ad abiti che coniugano realtà e sogno, luce e oscurità. Ecco cosa ci ha raccontato del suo universo senza compromessi.
In un’industria che si basa sulla produzione di massa e sul lavoro esternalizzato, hai iniziato tagliando e cucendo a mano ogni singolo capo. Che cosa ti ha insegnato, in quanto artista, assumerti la completa responsabilità della costruzione fisica dei tuoi abiti riguardo ai tuoi limiti?
PM: Faccio davvero fatica a lasciare andare il controllo, ed è per questo che faccio praticamente tutto da sola. È sicuramente estenuante, ma, per la mia esperienza, il risultato finale è sempre migliore quando fai le cose tu stessa, soprattutto perché il mio lavoro è così personale. Ora che il brand sta crescendo, sono arrivata a un punto in cui devo trovare le persone giuste che mi aiutino a produrre su una scala più ampia. È una cosa che mi intimorisce, ma che allo stesso tempo mi entusiasma.

La tua seconda collezione, Psychosis, ha trasformato in materia un trauma profondamente personale: l’esperienza del ricovero ospedaliero. Come riesci a bilanciare il peso emotivo del rivisitare periodi così oscuri della tua vita con la disciplina fisica della sartoria e della modellistica? Inoltre, il ricorrente riferimento al mondo medico è affascinante, anche nelle uniformi, nei guanti, negli accessori, ecc. Naturalmente, mi ha fatto pensare ad A.F. Vandevorst, una delle mie coppie di designer preferite, forse tra i primi in assoluto a esplorare questo territorio nella moda. Da dove nasce il tuo interesse?
PM: È stata sicuramente una sfida riuscire a bilanciare le due cose. Ho sempre avuto un rapporto molto conflittuale con il mondo medico, perché ho avuto difficoltà sia fisiche sia mentali nel corso della mia vita, quindi gli ospedali portano con sé un enorme peso emotivo. Recentemente sono diventata amica di un medico del pronto soccorso. Mi chiama spesso e mi racconta della sua giornata al pronto soccorso, e per me è davvero affascinante. Ha notato dettagli nel mio lavoro che credo potrebbero sfuggire a qualcuno che non appartiene al mondo medico. Ha mostrato la mia collezione Psychosis agli infermieri dell’ospedale e, a quanto pare, l’hanno adorata. Non so se sia consentito, ma gli chiederò se un giorno può portarmi con sé al lavoro, hahaha.

In passato hai detto che, se potessi scegliere un unico capo con cui essere sepolta, sarebbe il tuo abito Hospital Bride, in taffetà di seta lamé rosa e pizzo francese. Che cosa simboleggia per te l’archetipo della sposa, nel punto d’incontro tra fiabe e realtà cruda?
PM: Da bambina ero ossessionata dai film d’animazione delle principesse Barbie. Fin da piccola mi è stato davvero inculcato che il lieto fine fosse rappresentato da un’unione tradizionale, e penso che sia questo, a livello subconscio, il motivo per cui concludo sempre le mie collezioni con una sposa.

La tua estetica fonde la libertà adolescenziale di Los Angeles, la ruvida atmosfera industriale di Berlino e la solitudine di Parigi. In che modo questi tre ambienti urbani così distinti si manifestano nella scelta dei tessuti e degli elementi metallici? Dove e come reperisci i materiali?
PM: Dipende dal tessuto. Faccio realizzare la pelle su misura in Italia perché mi piace che abbia una sensazione al tatto e una lucentezza molto specifiche, e mando loro un numero Pantone per tingere le pelli. Seta e pizzo li reperisco in Francia, il cotone dal Giappone, il lattice dal Regno Unito. Per il resto, di solito riesco a trovare quello che mi serve localmente oppure online.
Hai citato la musica industriale e l’opera come catalizzatori fondamentali durante il tuo processo creativo. In che modo le onde sonore, i ritmi o il dramma operistico si traducono fisicamente in drappeggi, stecche di corsetto o lavorazioni in pelle?
PM: Ascolto musica durante ogni fase del processo, e mi aiuta a sentire le emozioni giuste per visualizzare e sviluppare idee che poi riesco a disegnare. Mi piace ascoltare musica classica quando faccio il drappeggio, di solito Il lago dei cigni, perché non mi distrae ma mi accompagna nella bellezza; quando invece cucio, ascolto pop o musica elettronica, così riesco a stare sveglia e concentrata. Ad ogni atto, un ritmo.

Quando il design diventa uno studio longitudinale della tua stessa psiche, come gestisci le reazioni del pubblico – sia quelle di chi si sente profondamente rappresentato dalla tua onestà, sia quelle dei critici che non comprendono la visione – ma anche quelle del mondo commerciale: clienti, retailer, buyer, stylist?
PM: Non mi sono mai preoccupata del possibile contraccolpo derivante dal dire al mondo intero che ero stata ricoverata e che avevo avuto un episodio psicotico; penso che, quando qualcosa è autentico, alla fine funzioni. Credevo davvero nella mia visione e, immagino, sono stata fortunata perché i miei clienti non mi hanno mai giudicata e sanno che sono così ossessionata dal mio lavoro che, se necessario, rimarrò sveglia per giorni pur di portarlo a termine. La reazione che non mi aspettavo è stata la quantità di plagio: copie esatte dei miei abiti e persone che rivendicavano come proprie le mie esperienze in un reparto psichiatrico e i miei traumi. È stato tutt’altro che piacevole, per usare un eufemismo, e non credo che farò mai più una collezione così personale.
Ho letto in un’intervista di una specifica metodologia che hai avuto nel lavorare, ovvero l’aver trascorso un anno formativo isolata a Parigi, facendo nient’altro che cucire da sola nel tuo appartamento. In che modo quel periodo di isolamento ha plasmato il tuo standard tecnico e la tua voce artistica?
PM: Non avevo amici a Parigi e non c’era nessuno che mi capisse davvero, né che comprendesse quello che stavo facendo, a parte il mio agente, Paul Bertin. Non ero concentrata sull’integrarmi o sull’avere una vita sociale; volevo semplicemente imparare, crescere e creare abiti. Questo focus mi ha permesso di crescere a livello pratico e tecnico in un tempo breve rispetto probabilmente a chi vive la produzione parallelamente alla vita personale.

Di recente Dua Lipa ha indossato il tuo abito Ashton, il primissimo vestito che hai realizzato quattro anni fa, intitolato così in onore di tuo fratello minore. Che effetto ti ha fatto vedere un capo così strettamente legato alle tue origini riemergere su un palcoscenico di portata globale?
PM: È stata una sensazione pazzesca, perché quando ho realizzato quell’abito non avevo assolutamente intenzione di creare un brand e non avevo idea che questa sarebbe stata la mia vita. È proprio quell’abito specifico ad aver dato inizio a tutto, quindi sarà sempre speciale per me.
Lady Gaga è diventata una cliente e una musa ricorrente. Come affronti la creazione di look personalizzati per grandi performer internazionali, mantenendo al tempo stesso l’integrità senza compromessi dell’universo ILONA?
PM: È sempre un’esperienza da cui imparare. Progettare per il palco e per un tour è un processo molto diverso rispetto ad un creare senza uno scopo preciso, e ho imparato tantissimo lavorando con lei. Gaga è la persona più gentile e più cool che esista e le sarò per sempre immensamente grata per avermi accolto. Il ciclo dell’album Mayhem è stato davvero divertentissimo e i suoi stylist, Peri, Nick e Hunter, sono fantastici con cui lavorare.
Gaga ha detto che i tuoi abiti la fanno sentire come una “bambola di porcellana”. Questa sensazione di un’armatura delicata è qualcosa che costruisci consapevolmente nell’architettura delle tue silhouette? E, parlando delle persone che acquistano e indossano le tue creazioni, hai un’idea precisa di chi siano, del tipo di persona che veste ILONA?
PM: Sì, penso sempre ai vestiti come a un’armatura per l’espressione di sé. Una ragazza ILONA, o un ragazzo ILONA, è chiunque si senta attratto dai vestiti e, secondo me, sono sempre persone davvero iconiche, che non hanno paura di sperimentare, in primis, con se stessi, esplorando un modo diverso di vedersi.
Dai bloomers in pizzo francese realizzati su misura ai corsetti strutturati, il tuo lavoro va oltre il classico glamour da red carpet. C’è sicuramente sensualità, ma anche oscurità. Come definiresti la tua idea di femminilità?
PM: Amo la femminilità. Amo tantissimo essere una ragazza. Se fossi nata maschio, mi vestirei comunque da ragazza, e il rosa è il mio colore preferito. Ad ogni modo, la femminilità va di pari passo con l’oscurità, del resto, luce e ombra sono due facce della stessa medaglia.
[📷 Joshuajhourigan]