In un mondo della moda che sembra affannarsi in una corsa disperata verso la vendita dell’ultimo prodotto, la nomina del direttore creativo più chiacchierato, la conquista del consumatore più esigente, Issey Miyake sopravvive con la grazia monumentale di ciò che non ha bisogno di rincorrere niente. Un marchio che è istituzione, certo, ma che continua a essere acquistato, desiderato e riconosciuto come un caposaldo assoluto dello stile. E che, stagione dopo stagione, ci regala show capaci quasi di purificarci l’anima: assistere a una sua sfilata è come bere da una sorgente d’acqua pura dopo troppi cattivi gin tonic.
La Spring Summer 2027 di Satoshi Kondo si apre nell’oscurità, con una performance di danza contemporanea capitanata dalla coreografa e ballerina dell’Opéra di Parigi Tess Voelker. La passerella è essenziale, quasi spogliata di tutto: il nero assorbe la luce e, proprio per questo, libera quella necessaria a far emergere ciò che conta. Esistono soltanto i ballerini e un pianoforte. Per qualche minuto ci si dimentica quasi di ciò che esiste fuori da quella stanza. Ma non è un processo di perdizione: è l’esatto contrario. È un’immersione nel sublime, in qualcosa che eleva lo spirito invece di mortificarlo.
È da questa stessa tensione che sembrano nascere le creazioni di Kondo, che scorrono davanti agli occhi come estasi pure di forma architettonica e increspature dell’anima. Il corpo diventa materia da plasmare, ma anche qualcosa di fragile, che può piegarsi e dispiegarsi per tornare a essere, ogni volta, più forte di prima. Top scultorei sublimano il corpo ed evidenziano la forma dei seni, mentre abiti drappeggiati lo avvolgono disegnandolo senza mai costringerlo. Si potrebbe quasi dire che lo accompagnano.
Non è un caso che indossare il plissé di Issey Miyake sia da decenni una garanzia per chi sente la necessità di esprimersi attraverso un lirismo incisivo, mai eccessivo. Qui la piega non è soltanto una tecnica, ma una filosofia. Una maniera di intendere il movimento, la trasformazione, persino la possibilità stessa che un abito possa cambiare insieme a chi lo indossa.
Il sartoriale incontra così volumi di capospalla leggeri come nuvole, in una sensualità che a volte è appena accennata, altre volte assume una dimensione più tragicamente romantica e impattante. Ma la direzione resta sempre la stessa: quella di un abito che ci porta naturalmente a innalzarci, mai ad abbassarci. Tessuti tecnici, costruzioni leggere e la camicia come alleata di versatilità e sperimentazione sartoriale completano una collezione in cui ogni look sembra essere l’espressione di una filosofia del vestire, più che del semplice vestire. Perché Issey Miyake non propone soltanto abiti: propone un modo di pensare il corpo, il movimento, la materia e quindi, inevitabilmente, noi stessi.
È forse proprio questo il punto. In un sistema che cambia continuamente linguaggio nel tentativo di restare rilevante, Miyake continua a vincere senza rincorrere le tendenze, gli stratagemmi, il rumore. Rimane uno zoccolo duro della moda mondiale perché la sua idea di modernità non dipende dalla novità, ma dalla capacità di continuare a essere necessaria.
Alle nuove generazioni di designer farebbe bene vedere più spesso sfilate come questa, quelle di brand di culto che hanno costruito la propria storia sulla ricerca, sulla cultura e sulla possibilità di trasformare un abito in qualcosa di più di un oggetto da desiderare. Miyake è nato per restare nella storia. E quella storia, ancora oggi, è piena di grazia
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