Ci sono collezioni che seducono al primo sguardo e altre che continuano a farlo anche dopo, quando la superficie ha smesso di essere sufficiente e cominciano a emergere le contraddizioni che le rendono interessanti. È esattamente ciò che accade con Khaite. La sensualità di Catherine Holstein non è mai semplicemente decorativa: ha qualcosa di inquieto, di oscuro, persino di imperfetto. È una femminilità che conosce il potere della seduzione ma non sente il bisogno di trasformarla in una formula rassicurante.
Per la Spring/Summer 2027, andata in scena a New York il 12 settembre, questo vocabolario si fa ancora più sottile. C’è la bellezza dell’incompiuto, una leggerezza quasi impalpabile e, insieme, una tensione strutturale che impedisce agli abiti di dissolversi nella pura delicatezza. Trasparenze sensuali incontrano costruzioni che sembrano provenire da altre epoche, mentre la lingerie viene sottratta alla sua funzione originaria e trasformata in una materia progettuale, quasi architettonica. Le silhouette si stringono, si allungano, si gonfiano: pencil skirt e organza, corsetteria e volumi, fiocchi e superfici nude convivono senza che nulla sembri realmente fuori posto. È forse questa la qualità più difficile da ottenere in una collezione così dichiaratamente femminile: la coerenza senza uniformità.
Perché i fiocchi, nelle mani di Holstein, non diventano mai un esercizio di leziosità. La lingerie non è mai una citazione nostalgica. La crinolina non appare come un semplice ritorno storico. Ogni riferimento al passato viene sottoposto a una torsione contemporanea, quasi a voler verificare quanto di quella grammatica possa ancora dirci qualcosa oggi. E la risposta è sorprendentemente attuale. La donna Khaite non è interessata a scegliere una sola versione di sé. Può essere languida e incisiva, eterea e sensuale, delicata e persino aggressiva. Può attraversare la città con la precisione di una silhouette rigorosa e, un attimo dopo, lasciarsi avvolgere dalla trasparenza di un tessuto leggerissimo. Non c’è contraddizione in questo: c’è, piuttosto, la consapevolezza che la femminilità non sia un’identità fissa, ma una possibilità continuamente negoziabile.
Holstein ha raccontato il rapporto con il decimo anniversario di Khaite con una frase che dice molto anche del suo modo di intendere la moda: non ama particolarmente lo spettacolo né le celebrazioni, tanto da ricordare il proprio matrimonio, celebrato in modo quasi anti-spettacolare al City Hall. E proprio per questo è significativo che il decennale del brand non venga tradotto in una collezione celebrativa nel senso più convenzionale del termine. Non c’è bisogno di guardarsi indietro per dimostrare quanto Khaite sia arrivata lontano. La designer ha invece scelto di interrogare il guardaroba femminile attraverso un arco temporale preciso, dagli anni Venti agli anni Quaranta, per costruire una visione della donna contemporanea. Non una ricostruzione storica, ma un processo di distillazione: prendere la memoria di quelle silhouette, la loro teatralità, la loro sensualità e il loro rigore, per capire cosa rimane quando vengono liberate dal tempo.

Ed è qui che la collezione trova il suo punto più interessante. Il passato non viene idealizzato e nemmeno trattato con nostalgia: viene utilizzato come materia prima. La crinolina, per esempio, non serve a riportare la donna dentro una silhouette d’altri tempi, ma a introdurre una tensione nuova tra corpo e abito. La lingerie perde la sua dimensione privata per diventare struttura. Le trasparenze non suggeriscono vulnerabilità, ma controllo. Persino gli elementi più apertamente romantici sembrano contenere una piccola resistenza interna. È una sensualità che non chiede di essere autorizzata e forse è proprio questo il tratto che rende Khaite così riconoscibile. Holstein conosce perfettamente il linguaggio della desiderabilità – quello delle scarpe, delle gonne aderenti, della pelle, dei tessuti trasparenti, delle silhouette che seguono il corpo, che abbiamo imparato ad amare e apprezzare – ma non lo utilizza mai per costruire una donna passiva. La sua è una moda profondamente consapevole del proprio sex appeal e proprio per questo libera di giocarci, di esasperarlo o di sottrarlo.
Le donne della Spring/Summer 2027 sono, in qualche modo, bambole. Ma bambole che hanno smesso di stare in vetrina ad aspettare di essere scelte. Sono figure che attraversano la scena urbana con una presenza precisa, portando con sé una traccia del passato non come fardello nostalgico, ma come elemento di carattere. C’è qualcosa di languido nel loro modo di muoversi, qualcosa di quasi cinematografico, ma mai malinconico. È un romanticismo gioioso, leggero, persino giocoso, che non rinuncia alla propria forza. E soprattutto non rinuncia alla propria complessità. Khaite continua così a costruire quella particolare idea di lusso americano che Catherine Holstein ha reso immediatamente riconoscibile: essenziale ma sensuale, sofisticata ma mai rigida, desiderabile senza essere compiacente. Una moda che può sembrare semplice solo finché non la si osserva davvero. Perché sotto ogni superficie perfettamente calibrata c’è sempre qualcosa che sfugge: una trasparenza, una proporzione inattesa, un volume che sembra provenire da un’altra epoca, un fiocco che improvvisamente smette di essere innocente. È lì che Khaite trova la propria tensione. A dieci anni dalla nascita del brand, Holstein non sembra dunque interessata a celebrare ciò che Khaite è stata. Piuttosto, continua a chiedersi cosa possa ancora diventare.
E forse è proprio per questo che la sua idea di femminilità resta così desiderabile: perché non è mai completamente risolta. È sexy, ma non soltanto sexy. È romantica, ma non ingenua. È sofisticata, ma non distante. E soprattutto, non è mai, ma proprio mai, banale.
[📷 Instagram: khaite ]