Prima di essere un dettaglio glamour, il lacing era una necessità. L’arte di stringere, modellare e adattare un capo attraverso i lacci attraversa secoli di storia dell’abbigliamento. Già tra Medioevo e Rinascimento i capi aderenti venivano chiusi e regolati attraverso sistemi di allacciatura, fino ad arrivare agli stays e ai corsetti, dove il lacing diventava parte integrante della costruzione del capo, andando a delineare le curve in modo scultoreo.
Poi la moda ne ha fatto un linguaggio. Jean Paul Gaultier e John Galliano ne hanno esplorato il lato più teatrale e scenico, portando il lacing a dialogare con il corpo attraverso satin lucidi e silhouette ispirate alla lingerie, pensate per avvolgere ed enfatizzare le curve. Dolce&Gabbana ne ha fatto un vero e proprio fil rouge della propria estetica: il laccio è protagonista del gioco del vedo-non-vedo, stringe, scopre e definisce una femminilità dichiaratamente sensuale. Negli anni Duemila cambia l’attitudine. Il lacing si fa più sbarazzino, compare come un dettaglio cheeky sui profili dei jeans a vita bassa, sulla pelle, sui top, e diventa un elemento ricorrente nell’immaginario delle pop star americane.
Ma il suo percorso arriva fino ai giorni nostri, dove il lacing torna protagonista tanto attraverso personalità dello spettacolo e star, che attingono agli archivi della moda e ai capi vintage per reinterpretarlo, quanto grazie a una nuova generazione di designer come Dilara Findikoglu. Il risultato è un ritorno che non ha nulla di nostalgico: il lacing conserva intatta la sua forza originaria, ma viene riletto con un’attitudine contemporanea, tra sensualità, provocazione e sperimentazione.
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