Dopo il successo della serie “Dahmer”, un nuovo capitolo della saga “Monsters” ha catturato l’attenzione del web. Si intitola “The Lyle and Erik Menendez Story” e si concentra sul caso di cronaca che, nel 1989, vide due fratelli uccidere i propri genitori, José e Kitty Menéndez. Classificatosi nella Top 10 di Netflix in ben 89 paesi nella scorsa settimana, lo show ha ottenuto un grande successo, attirando l’interesse sia degli appassionati del genere true crime, sia di un pubblico più vasto.
Ciò che colpisce maggiormente nella rappresentazione dei due fratelli è la loro apparente ambivalenza emotiva: a tratti distaccati e cinici, talvolta persino felici ed euforici per aver iniziato una nuova vita senza i genitori che consideravano oppressivi; altre volte angosciati e sopraffatti dal panico, il che si riflette nei loro comportamenti successivi al delitto. Il concetto di “libertà” sembra essere centrale nelle motivazioni dei due, e in una scena del 2° episodio, Lyle dice a Erik: «Ce l’abbiamo fatta. Odiavamo la nostra vita e abbiamo deciso che non l’avremmo più sopportato. Volevamo di più dalla vita, così abbiamo preso una caz*o di decisione e ora è fatta: abbiamo quella vita! E non guarderemo mai più indietro».
Successivamente, la serie affronta inevitabilmente il processo giudiziario che segue la scoperta del crimine. Nel corso degli episodi, più che concentrarsi inizialmente sull’atto stesso, lo show scava nella complessa psicologia dei fratelli, e le rivelazioni si fanno più intense quando vengono alla luce le accuse di abusi che i fratelli avrebbero subito nel corso degli anni. Si esplora la figura di un padre autoritario e ossessionato dalla perfezione, e una madre che non solo confesserebbe di non amare i propri figli, ma si rivelerebbe complice silenziosa delle violenze. La serie getta dubbi su ciò che è realmente accaduto, lasciando il pubblico a chiedersi quanto di tutto ciò sia verità e quanto, forse, costruito.
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