Oro riciclato: quando è davvero possibile definirlo tale?

Prestare attenzione all’aspetto sostenibile delle proprie produzioni, sta diventando un punto fisso per i brand di moda, che cercano di abbracciare sempre più pratiche che riducano l’impatto ambientale. Questo non riguarda soltanto la produzione di abbigliamento, come si potrebbe banalmente pensare, ma anche quella dei gioielli, in particolar modo quelli realizzati in oro.

Negli ultimi anni, note aziende del settore hanno dichiarato di utilizzare soltanto oro riciclato per la produzione dei loro gioielli: ma è davvero sufficiente? Con l’aumento dell’interesse per questo materiale, infatti, gli addetti ai lavori si sono dimostrati poco soddisfatti, in quanto, fondere e riutilizzare oro già in circolazione ha sicuramente un impatto ambientale inferiore rispetto all’estrazione ex novo – processo che notoriamente richiede molto carbonio e molta acqua – ma non è certo a impatto zero. Così, il rischio di greenwashing è dietro l’angolo.

Il dibattito è esploso in seguito a una lettera pubblicata da “Precious Metals Impact Forum” (PMIF), un’iniziativa multilaterale che ha fatto pressioni per rendere più rigorosa la classificazione dell’oro riciclato. I critici sostengono che la definizione di oro riciclato è ormai così vaga che qualsiasi oro riprocessato, anche se estratto solo pochi giorni prima e non entrato in contatto con un consumatore, può essere venduto con questa etichetta, conferendogli un allure sostenibile che, tuttavia, non merita. Ci sono anche problemi di filiera. Le origini dell’oro riciclato sono difficili da rintracciare oltre le raffinerie, amplificando il rischio che oro di dubbia provenienza possa entrare nella filiera: c’è preoccupazione che la promozione dell’oro riciclato distolga l’attenzione dalle opportunità di affrontare problemi sociali ed economici che colpiscono i minatori su piccola scala vulnerabili e le loro comunità.

È dunque necessaria una nuova definizione di oro riciclato, per evitare di diffondere notizie che non corrispondono al vero e lasciano i brand in balia del rischio di dichiarazioni false in merito alla sostenibilità dei loro prodotti. Il PMFI – lanciato per la prima volta nel 2022 – solo l’anno scorso è arrivata a una definizione-compromesso, concludendo che l’oro dovrebbe essere classificato come riciclato solo qualora questo sia stato recuperato da qualsiasi prodotto contenente meno del 2% di oro in peso e sia destinato a essere scartato.

Questa definizione, sebbene sia stata in un primo momento approvata dal Responsibile Jerellery Council (RJC), successivamente è stata eliminata ed è andata incontro a una revisione. Quest’ultima non è ancora stata resa però nota, e pare derivi dalle pressioni che sono state fatte da alcuni membri del RJC, alcuni dei quali trarrebbero vantaggio da una definizione meno rigida.

La guerra tra riciclato e non riciclato non è ancora giunta a una soluzione e sembra essere ormai più importante come l’oro viene definito e chiamato, che la sua effettiva provenienza. Il rischio? Nascondere un problema sotto il tappeto con la possibilità che questo diventi ancora più grande di ciò che è ora.

[📷 sarnegoldschmiede.com]

Tags: oro , greenwashing