Questa non è musica da camera. Non è un disco pop. È una preghiera collettiva. Ma anche strettamente personale. È una rivalsa sentimentale. È teatro dell’opera. È musica che arriva al cuore e in ogni parte del mondo. O forse non è niente di tutto questo. O forse è molto di più.
Mercoledì 5 novembre 2025 abbiamo ascoltato “LUX”, il nuovo disco di Rosalía, grazie a Sony. E uscendo dal listening party, ci siamo chiesti: come si fa a descrivere tutto quello che abbiamo sentito? Non lo sappiamo. E siamo ben consci che il compito di chi scrive articoli e recensisce cose è quello di farlo. Ma l’unica cosa sensata che possiamo dire è che siamo d’accordo. Con La Rosalía; che ha cambiato le regole del gioco e ha fatto un all in grande quanto una casa con un disco che è tutt’altro che semplice. È mastodontico, è tanta roba, forse troppa. Che solo a pensarci qualcuno potrebbe rimanere confuso. Ma allo stesso tempo è chiarissimo a tutti. Vuoi per le 13 lingue usate, secondo quanto dichiarato dalla stessa artista. Vuoi perché c’è una connessione divina che esula dalla semplice musica e tocca le corde della spiritualità. Di una luce accecante che dagli inferi, senza passare dal purgatorio, arriva dritto in paradiso. Spalancando le finestre, distruggendo persiane e serrande. Con i critici musicali che in questi giorni si sono sprecati in valutazioni eccellenti: hanno ragione, e forse ogni parola potrebbe risultare superflua.
Ma non c’è niente di superfluo. Né nell’opera di Rosalía, che con tutto il rispetto per le altre straordinarie canzoni che già le hanno permesso di prendersi il palcoscenico, non possono compararsi con quella che è una scelta magistrale. Per complessità, per sentimenti trasudanti e percepibili in ogni nota, in ogni respiro orchestrale, in ogni fiato di clarinetto, di oboe, di flauto, in ogni giro d’archi, in ogni colpo di tamburo. In ogni tonalità che la voce di Rosalia raggiunge, a volte anche superando le aspettative.
Se Motomami era minimalismo, LUX è massimalismo, brutalismo. Lo ha spiegato bene l’artista catalana, in una delle tante interviste rilasciate. Ma quello che ha creato è un giardino dell’Eden di fiori fatti di cemento, che riescono a fiorire comunque, anche se è autunno, anche se sono di quel materiale.
E non è superfluo nemmeno parlare del libretto di quest’opera, così ricco e variopinto. Fin dal suo incipit, “Sexo, Violencia y Llantas”, che ci prende la mano in un sentiero oscuro con una guida che parla il mandarino, il giapponese, l’inglese, l’ucraino, l’arabo.
E perfino l’italiano, in “Mio Cristo Piange Diamanti”, forse il passaggio più doloroso e faticoso dell’album, in cui diventa quasi un soprano di un’aria superba. Mentre in “Focu ‘Rannu” c’è addirittura il siciliano – anche se è disponibile insieme ad altre due canzoni solo nell’edizione fisica dell’album. Un tripudio di lingue, simbologie religiose, tra sacro e profano. Tra la spiritualità, la carnalità e gli uomini cabrón, a tal punto da primeggiare in quella categoria e vincere la medaglia d’oro olimpica.
“La Perla” è forse l’inno che sarà più acclamato, ma la cartina di tornasole è in “Reliquia”, dove ammette che il cuore non è mai stato suo. È un continuo equilibrio tra la rivalsa e il perdono, tra Dio e la terra. C’è un profumo di incenso, quasi, ascoltandolo, che brucia quanto la sofferenza che si percepisce in “La Yugular”. C’è il rumore della “Porcelana”, come la sua pelle, dove addirittura si avventura dove nessuno studente del Ginnasio oserebbe arrivare: ovvero cantare in latino – oltre che in giapponese. Ogni cosa è illuminata nel modo giusto, ogni verso ha il peso giusto.
In “Dios es un stalker” c’è un po’ di riavvicinamento a quei ritmi che le scorrono nel sangue e che esplodono in “La Rumba Del Perdòn”, che diventa, con l’arrangiamento orchestrale, ancor più maestoso. Non c’è skip che tenga: c’è voglia di scoprire, traccia dopo traccia, dove vuole arrivare Rosalía. Alla redenzione? Alla grazia? Probabilmente semplicemente all’apice. Perché questo è sicuramente il disco dell’anno. E in qualche modo riavvicina alla fede anche il più fervente degli atei.
Lo dice bene “Berghain”: l’unica via per salvarci è tramite l’intervento divino. E allora Santa Rosalía, redimici dalla musica fatta male. Perché “LUX” è la dimostrazione che un’artista nel 2025 non deve per forza fare musica per accontentare gli algoritmi, ma deve scavare nell’anima, faticare, studiare, scegliere le parole più sbagliate – ma vere. Solo così si può vedere la luce in fondo al tunnel, quella del Paradiso. E Rosalía, signori e signore, c’è riuscita.
[📸 Instagram: rosalia.vt; Courtesy of ON Out Now / Noah Dillon 📹 YouTube: rosalia / ©️ Columbia Records]