Comunque la si guardi, gli anni ’90 restano uno dei decenni più importanti della moda. Un punto di rottura, più che una semplice parentesi estetica, che ha cambiato il modo di intendere l’abito, l’immagine e, soprattutto, il rapporto tra moda e cultura. È stato il decennio che ha gettato le basi di un’evoluzione destinata a proseguire negli anni successivi e che, ancora oggi, continua a riaffiorare nel nostro immaginario. Forse perché ciò che desideriamo davvero di quegli anni non è soltanto ciò che indossavamo, ma ciò che rappresentavano: un’idea di libertà, di possibilità, di irriverenza. E quel desiderio, oggi, sembra essere diventato sempre più nostalgico.
È proprio da questa persistenza che prende forma The 90s: Art and Fashion, la nuova grande mostra della Tate Britain, in programma dall’8 ottobre 2026 al 14 febbraio 2027. A curarla è Edward Enninful OBE, una delle figure che più hanno contribuito a definire l’immaginario della moda contemporanea, chiamato a rileggere quel decennio attraverso la propria esperienza. Non una celebrazione nostalgica in senso stretto, dunque, ma il tentativo di comprendere perché gli anni ’90 abbiano avuto un impatto così profondo e perché la loro eco continui a essere così presente.
Perché parlare di Nineties significa, inevitabilmente, parlare di un momento in cui le categorie iniziano a saltare. Arte, moda, fotografia, musica e cultura pop smettono progressivamente di vivere in territori separati e iniziano a contaminarsi, creando un linguaggio nuovo, più libero e meno gerarchico. La Tate riunisce quasi 70 artisti, fotografi e designer e oltre 100 opere tra fotografie, dipinti, sculture e abiti, restituendo proprio questa idea di un decennio in cui l’immagine diventa uno spazio comune.
È il mondo di Juergen Teller, Corinne Day, David Sims e Nick Knight, fotografi che hanno contribuito a cambiare radicalmente il modo in cui la moda veniva fotografata e raccontata. Immagini volutamente imperfette, corpi reali, una bellezza meno patinata e più vulnerabile: la fotografia di moda si allontana dall’idea di perfezione costruita e comincia a cercare qualcosa di più istintivo, intimo, persino ruvido. La fotografia non accompagna più la moda: diventa parte della sua identità. E poi ci sono gli abiti. Quelli di Vivienne Westwood, Alexander McQueen, John Galliano e degli altri designer che hanno trasformato la moda britannica in uno dei centri più radicali della creatività internazionale. Se Westwood porta con sé l’attitudine punk e la capacità di sovvertire le regole, McQueen trasforma la sfilata in teatro, tensione e racconto; Galliano costruisce mondi attraverso il costume e la teatralità. Sono linguaggi diversi, ma appartenenti alla stessa generazione di creativi che negli anni ’90 ha smesso di considerare la moda semplicemente come qualcosa da indossare.
È qui che la mostra diventa particolarmente interessante: perché accanto alla moda compaiono gli artisti della generazione che ha ridefinito l’arte britannica, dai Young British Artists a Steve McQueen, Damien Hirst, Sarah Lucas e Yinka Shonibare. L’idea è quella di raccontare un momento in cui l’alto e il basso, il popolare e il concettuale, il club e la galleria iniziano a convivere. Le vecchie gerarchie culturali si incrinano e una nuova generazione costruisce il proprio linguaggio proprio attraverso la contaminazione. In fondo, è anche questo che rende gli anni ’90 così difficili da archiviare. Non avevano ancora la velocità permanente del presente, non esistevano i social a determinare in tempo reale cosa fosse cool e cosa non lo fosse, e l’immagine aveva ancora bisogno di essere costruita, fotografata, stampata, condivisa attraverso riviste, club, campagne e fotografie. La cultura nasceva dalle persone prima ancora che dagli algoritmi. Ed è forse proprio questa sensazione di autenticità, o almeno di maggiore distanza dalla logica dell’iper-esposizione contemporanea, a rendere quel decennio così desiderabile oggi.
Non è un caso che la moda continui a tornare lì. Tornano le silhouette, le fotografie, le modelle, i riferimenti al minimalismo e al grunge, ma soprattutto torna un’attitudine. Quella di una generazione che non aveva ancora bisogno di spiegare continuamente la propria immagine e che riusciva a trasformare un abito, una fotografia o una serata in un gesto culturale. Per questo The 90s: Art and Fashion arriva in un momento particolarmente significativo. Trent’anni dopo, guardare a quel decennio non significa semplicemente chiedersi cosa ci piace ancora di quegli anni, ma capire quanto del presente sia nato proprio allora. La Tate Britain prova così a mettere ordine in un’epoca che, per sua natura, ordine non ne aveva molto: un decennio contraddittorio, libero, creativo, a tratti oscuro, ma capace di trasformare la moda in qualcosa di molto più grande della moda stessa.
E forse è proprio questo il motivo per cui continuiamo a desiderare gli anni ’90. Non perché siano stati perfetti, ma perché ci ricordano un momento in cui sembrava ancora possibile inventare il futuro.
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