Se dovessimo usare una sola parola per descrivere la SS27 di Yohji Yamamoto sarebbe “organica”. Organica nelle forme, che sembrano svilupparsi direttamente sul corpo, ma anche nel modo in cui la collezione cresce look dopo look, trasformando continuamente gli stessi elementi. Una dualità tra costruzione e leggerezza che appartiene da sempre al linguaggio del designer giapponese.
Si comincia esclusivamente dagli abiti: neri, fluidi, realizzati in tessuti dall’aspetto volutamente grezzo e attraversati da costruzioni che abbracciano il corpo senza costringerlo. Le cuciture si spostano, colli e gonne diventano scultorei, le frange accompagnano il movimento e l’asimmetria diventa poetica. Il nero è un colore che nella storia della moda ha assunto praticamente ogni significato possibile: dal little black dress al revenge dress, dalla sexyness più esplicita al rigore di una divisa. Per Yamamoto, è identità. Uno spazio nel quale concentrarsi sulla forma, sul movimento e sulla persona che indossa l’abito.
Dopo diverse uscite dominate dal nero, arriva il rosso, seguito da viola e lilla, grigio, verde oliva e blu. Il colore si fonde con gli abiti attraverso stampe e applicazioni organiche, mentre gli elementi iniziali vengono combinati in modi sempre diversi. Le frange diventano spalline, le costruzioni organiche si spostano dalle gonne alle spalle e ai fianchi oppure attraversano il corpo, e le tonalità si sovrappongono creando nuove fantasie.
Ogni abito dialoga con quello precedente e con quello successivo, restando così fedele al concetto di “collezione” nel suo senso più letterale, eppure ogni look riesce a esistere perfettamente anche da solo. A completare le silhouette arrivano ventagli e scarpe basse e slim, elementi essenziali che non vogliono interferire con il movimento degli abiti.
Poi entrano in scena i completi con pantaloni e gli stessi elementi degli abiti, che vengono ancora una volta ricomposti. Tra trasparenze, scollature e pelle che si intravede senza essere mai completamente mostrata, la collezione prende una direzione più sensuale e oersino gli abiti più ampi diventano inaspettatamente civettuoli per il brand, ma sempre alla maniera di Yamamoto.
Dal primo all’ultimo look, Yamamoto utilizza sempre lo stesso vocabolario: nero, asimmetria, costruzione, fluidità, frange, trasparenze e colore. Ma lo scompone e ricompone fino a generare infinite possibilità, capaci di parlare a donne diverse e allo stesso tempo di convivere perfettamente all’interno della stessa visione. Perché creare varietà cambiando continuamente linguaggio è relativamente semplice; riuscire a non ripetersi mai rimanendo fedeli allo stesso è una dote che appartiene ai geni.
E dopo aver visto la collezione risuonano ancora di più le parole con cui Yohji Yamamoto aveva anticipato lo show sui social: «Let the moment, the movement and clothing speak to you – they are meant to be felt with your senses, not merely digitally recorded». Perché questa SS27 vive proprio nel movimento e ricorda qualcosa che, nell’era delle sfilate trasformate immediatamente in contenuto, rischiamo di dimenticare: prima di diventare un’immagine, la moda è qualcosa da indossare e sentire.
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