YOUABROAD, UN ANNO ALL’ESTERO CHE TI CAMBIA PER LA VITA

«E se poi vado via e tutto cambia? Torno ed è tutto diverso?» è questa una delle più grandi paure di chi, presto o tardi, realizza che uno dei suoi sogni si sta per avverare e che, finalmente, sta per partire per un anno all’estero. «In realtà, poi, ti rendi conto che quello più cambiato sei proprio tu, mentre i mutamenti nella tua vita quotidiana sono minimi e impercettibili», risponde così ai numerosi interrogativi, Giulia Benetollo, dopo aver avuto, in quarta superiore, l’opportunità di trascorrere insieme a YouAbroad un anno all’estero nel sud-est del Missouri. Whoopsee ha avuto il piacere di intervistarla e di entrare in contatto con una realtà che è stata una vera e propria life-changing experience

  • Quando sei partita?

Ad agosto del 2020, ho trascorso in America il mio 4° anno di liceo linguistico.

  • Come hai convinto i tuoi genitori a farti partire? Perché hai scelto l’America?

Ho scoperto quest’esperienza sentendo altre persone che ne parlavano e quindi sin da quando ero molto piccola ho sempre avuto il sogno dell’anno all’estero. Ne ho sempre parlato con i miei genitori e loro sono stati molto supportivi anche se, man mano che si avvicinava il momento della partenza, la paura ha iniziato a farsi sentire.

Ho sempre seguito YouAbroad e quindi ho iniziato a informarmi concretamente su cosa fare. Ho scelto gli Stati Uniti perché, pur non essendoci mai stata, ho sempre sentito una sorta di connessione verso questo Paese. Quando è arrivato il momento di scegliere dove andare il mio programma era il più semplice di tutti, non ho fatto nessuna scelta aggiuntiva e ho detto: «Vado dove capita». 

  • Il coraggio di partire non ti è mai mancato ma, quando sei tornata, hai scoperto lati del tuo carattere che prima non sapevi di avere?

Questa esperienza dal punto di vista scolastico mi ha aiutato sicuramente a migliorare tantissimo la lingua, ma le cose che mi porterò dentro per sempre non riguardano solo la scuola. Sono rimasta colpita, ad esempio, da come sono riuscita a integrarmi in una famiglia che non è la mia e ora so che ho una seconda casa dall’altra parte del mondo, ed è una sensazione stupenda. Io sono partita molto timida, ma il fatto di andare in un posto nuovo completamente da sola mi ha obbligata ad aprirmi per fare amicizia e per cercare di farmi conoscere, ed è un aspetto che anche adesso mi porto dietro. 

Credo che in me, ormai, ci siano due persone diverse, la “me americana” e la “me che è ritornata”. Anche adesso cerco ancora di prendere degli spunti da “cosa avrebbe fatto la me via” perché al mio ritorno mi sono sentita un po’ scombussolata e mi sembrava che quello che ho vissuto fosse parte di un sogno o di una realtà completamente diversa. Mi porterò per sempre l’indipendenza di riuscire a dire “ok, faccio le cose da sola” perché lì ero da sola e alla fine, sempre da sola, ho creato questa realtà che dipendeva interamente da me.

  • Ci sono delle opportunità relative al tuo futuro che hai scoperto grazie all’esperienza?

Sì. Dopo aver frequentato una classe di “speech and communication”, nella quale abbiamo parlato dei metodi di comunicazione, del funzionamento del mondo della pubblicità e dei media, ho capito che questo era un mio grande interesse. Mi sono infatti iscritta a una facoltà di comunicazione per l’anno prossimo. Toccare alcuni argomenti grazie a quelle lezioni mi ha fatto capire che era una tematica che avrei amato studiare.

  • Cosa ti è rimasto più impresso della scuola americana?

Personalmente sono andata in una scuola particolare perché era davvero piccolissima. Questo, però, è stato anche un mio vantaggio perché nelle scuole grandi – come mi hanno riferito altri ragazzi – a volte è tutto troppo caotico. Nella mia scuola, invece, eravamo in 150 e ci conoscevamo tutti. Grazie a questo ho avuto modo di capire concretamente che cosa volesse dire vivere in una comunità unita, so che ci sono persone che sono andate in città più grandi, però effettivamente, secondo me, nei posti più piccolini si capisce meglio “la vita vera”, dato che in America la maggior parte delle realtà sono così.

Un altro aspetto che mi è rimasto veramente impresso è il rapporto tra professori e alunni, ho notato una comprensione maggiore anche riguardo a quello che una singola persona sta passando in un determinato momento, c’era sempre qualcuno dei professori pronto a darti supporto. Ho sempre sentito anche lo spirito della scuola poiché loro lì riescono a creare un forte senso di appartenenza.

  • Qual è il momento più simbolico che potresti raccontarci per riassumere / racchiudere la tua esperienza?

Beh, direi il Prom e la grande organizzazione che c’è dietro l’evento. A parte questo c’è sicuramente il bel rapporto che ho creato con la mia famiglia ospitante e tutti i momenti anche più semplici in cui mi sono sentita integrata, come quando siamo andati a decorare il paese per Natale, piuttosto che l’organizzazione delle partite di football. Le cose più semplici, le sere a casa in cui ti senti in famiglia, la quotidianità.

  • Ti è mancata di più la tua vita italiana mentre eri via o la parte americana ora che sei tornata?

La parte americana ora che sono tornata. I miei erano molto contenti del fatto che non mi mancassero mentre ero via, perché voleva dire che stavo bene, ma in generale non ho mai avuto grandi momenti di nostalgia, più che altro perché avevo la consapevolezza del fatto che dopo pochi mesi sarei tornata.

Tornando in Italia, invece, ho sentito la mancanza dell’America per uno o due mesi, mi sentivo come se non riuscissi a “ripartire”. Più che altro per il fatto che, oltre a non sapere quando sarei potuta ripartire, sapevo che non avrei mai potuto rivivere l’esperienza appena conclusa. Tu ti crei questa tua bolla, questa parentesi di vita, e sai che a un certo punto dovrai chiuderla, quindi poi dopo secondo me la nostalgia è ancora più grande.

  • Consiglieresti ai ragazzi di partire quindi?

Assolutamente sì! Oltre alla fantastica esperienza, tutto ciò che fai e che ti succede nel corso dell’anno all’estero ti aiuta a renderti conto che, nonostante i dubbi e i momenti di difficoltà, ne è effettivamente valsa la pena e paradossalmente perderesti di più a non partire. Ne vale la pena perché impari sia cose su di te, sia sul paese in cui vai che su quello che lasci. Ho imparato ad apprezzare di più l’Italia e le piccole cose di casa ma, anche i momenti iniziali in cui non mi sentivo del tutto integrata mi sono serviti perché mi hanno aiutata a riflettere e, alla fine, sono riuscita a superarli da sola crescendo e maturando tanto.

Possibilità come quelle che offre YouAbroad capitano una sola volta nella vita e il periodo delle superiori è quello ideale per lanciarsi in una nuova avventura e arricchire il proprio bagaglio esperienziale. E tu? Sei pront* a partire per quest’esperienza unica?

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