Bottega Veneta è ormai una maison in continua evoluzione: ha i suoi codici, ma trova sempre il modo di non lasciarsi definire da un unico immaginario, preferendo esplorare linguaggi diversi senza mai perdere la propria identità. È per questo che da quando Louise Trotter ha preso le redini della maison italiana, prima di ogni sfilata sappiamo quali saranno alcuni degli elementi che probabilmente ci torneranno familiari, ma difficilmente possiamo prevedere in quale forma li ritroveremo. Dall’Intrecciato, codice storico reinterpretato ormai in mille modi, alle costruzioni rigorose ma allo stesso tempo irriverenti introdotte dalla direttrice creativa. Rigorose perché fanno eco a un minimalismo non tanto stilistico quanto strutturale: non significa necessariamente sottrarre o rendere tutto essenziale, quanto costruire ogni capo partendo da proporzioni precise, volumi studiati e linee pulite, dove anche ciò che appare più morbido o fluido conserva una struttura riconoscibile. Irriverenti perché, all’interno di questo ordine, c’è sempre qualcosa di apparentemente lasciato al caso che invece sembra essere proprio la parte più studiata. Un nodo lasciato cadere, il colletto di una camicia volutamente fuori posto, una proporzione che rompe l’equilibrio proprio quando sembrava essere stato raggiunto.
Poi ci sono le lavorazioni tessili ormai tipiche di Louise Trotter, che si mostrano poco alla volta: una frangia che diventa protagonista fino a raggiungere il pavimento e creare uno strascico, applicazioni che smettono di essere decorazioni per trasformarsi nella materia stessa dell’abito, un collo scultoreo oppure nei drappeggi che modificano le silhouette e il loro movimento. Elementi che abbiamo imparato a riconoscere nel linguaggio della nuova Bottega Veneta e che rendono ogni sfilata coerente con quella precedente, ma mai completamente prevedibile. Gli intrecci fittissimi convivono con crochet più aperti, fili e applicazioni costruiscono texture volutamente disordinate, mentre alcune lavorazioni sembrano sul punto di disfarsi pur essendo evidentemente frutto di una costruzione estremamente complessa. Annodare, intrecciare, sovrapporre, sfilacciare, drappeggiare: Louise Trotter sembra partire dall’heritage artigianale di Bottega Veneta per allargarne il significato, trasformando una tecnica riconoscibile in un modo più ampio di costruire gli abiti.
Anche la linea cromatica in questa collezione segue una linea molto precisa: le tonalità più neutre, come il bianco e l’avorio, i total black, il verde militare e i marroni della pelle si alternano ad accostamenti meno scontati: rosa e viola, rosa e giallo burro, nero e lilla, rosso e bianco. Combinazioni che vanno oltre i colori a cui siamo abituati a pensare quando pensiamo a Bottega Veneta – verde compreso – per costruire, ancora una volta, un linguaggio in continua evoluzione. Grande spazio è riservato ai cappelli, di forme, colori e materiali differenti: un’esemplificazione in piccola scala dell’abilità della maison nel lavorare su costruzione e materia. Parlando di accessori, le scarpe basse confermano invece un trend che sta diventando sempre più ricorrente nelle ultime collezioni, passando da modelli essenziali e anatomici a stringate dall’allure più naïf. Le borse continuano inevitabilmente a occupare un ruolo centrale, ma a colpire è anche il modo in cui vengono presentate: sovrapposte, riempite, accumulate, come oggetti personali prima ancora che accessori. L’Intrecciato rimane protagonista, non soltanto sulle borse, e ritorna nei dettagli degli abiti, cambia dimensione, costruzione e funzione, dimostrando ancora una volta come un codice storico possa continuare a evolversi senza perdere la propria riconoscibilità.
Non mancano poi gli accenti scintillanti, che si fanno notare non soltanto per la luce ma anche per le costruzioni inusuali. Anche in questo caso, però, l’elemento più spettacolare viene bilanciato da qualcosa di estremamente rigoroso: una superficie preziosa può incontrare una semplice camicia sartoriale, riportando immediatamente il look a quell’idea di ordine da cui eravamo partiti. È un bilanciamento continuo degli opposti, in cui ogni elemento trova il proprio spazio senza mai scavalcare gli altri. Lo stesso principio si ritrova del dailywear, prevalentemente sartoriale e costruito intorno a pantaloni, camicie e capispalla, ma addolcito da silhouette ampie, morbide e fluide. I pantaloni assumono volumi ovali, i trench si fanno meno rigidi e i capispalla accompagnano il corpo. Il rigore e il sartoriale rimangono, ma perdono qualsiasi sensazione di severità.
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