C’è un modo piuttosto economico per concedersi una Birkin di Hermès o una borsa Chanel: stamparla su un foglio A4, infilarla sotto il braccio e uscire di casa come se niente fosse. Niente liste d’attesa, costi esosi o strategie d’acquisto da pianificare nel tempo. Basta una stampante, un’immagine e una certa dose di ironia. È l’idea di Assia Rojas, fashion stylist e designer che, attraverso il progetto Printed Wardrobe, trasforma alcune delle borse più desiderate del lusso in accessori di carta da indossare e sfoggiare come se fossero autentici oggetti del desiderio. L’operazione, nella sua apparente semplicità, ha qualcosa di irresistibilmente dissacrante. Le silhouette iconiche delle grandi maison vengono ridotte a immagini bidimensionali, private della consistenza della pelle, del peso delle chiusure metalliche, della precisione delle cuciture e di tutto ciò che, materialmente, distingue una borsa autentica dalla sua riproduzione. Eppure, una volta inserite in un look e portate con la stessa naturalezza con cui si indosserebbe un accessorio appena uscito da una boutique, quelle immagini continuano a funzionare. O almeno, sembrano farlo.
Il punto è proprio questo: quanto conta davvero l’oggetto, quando il suo valore simbolico è diventato così potente da sopravvivere persino alla sua assenza? In un momento storico in cui il lusso appare sempre più desiderabile e, contemporaneamente, sempre meno accessibile, l’esperimento di Rojas sembra intercettare una contraddizione centrale del sistema moda. Le borse hanno smesso da tempo di essere semplici contenitori. Sono dichiarazioni identitarie, strumenti di riconoscimento sociale, piccoli manifesti da portare a tracolla. Una Birkin non è soltanto una borsa, così come una Chanel non è soltanto un accessorio: entrambe evocano un universo di codici, appartenenza, esclusività e prestigio che precede l’oggetto stesso. Il prezzo, la rarità, l’attesa e persino la difficoltà di acquisto contribuiscono ad alimentarne il mito, trasformando il possesso in una forma di legittimazione.
Ma se ciò che desideriamo non fosse soltanto la borsa, bensì tutto quello che la sua immagine promette? È qui che la provocazione di Assia Rojas smette di essere un semplice gioco estetico e comincia a insinuare qualche dubbio. Perché la borsa stampata, pur non avendo alcuna utilità pratica, riesce comunque a evocare il significato sociale dell’originale. Non contiene nulla, non può essere realmente utilizzata e non possiede il valore materiale dell’oggetto che riproduce. Eppure, nella fotografia, nello styling e soprattutto nello spazio dei social network, può assolvere una funzione sorprendentemente simile: essere vista, riconosciuta, interpretata. In altre parole, comunicare.
Se basta riconoscere una silhouette o un logo per attivare un intero immaginario, quanto del nostro desiderio è rivolto alla qualità dell’oggetto e quanto, invece, alla sua capacità di essere immediatamente identificabile dagli altri? E se la gratificazione derivasse soprattutto dalla possibilità di mostrare un simbolo di status, anziché dal possesso concreto di ciò che quel simbolo rappresenta? La questione diventa ancora più interessante nell’ecosistema digitale, dove la moda viene continuamente osservata, fotografata e consumata attraverso immagini. Su Instagram, una borsa esiste anche come contenuto: viene inquadrata, riconosciuta, condivisa e trasformata in un segno visivo capace di raccontare qualcosa di chi la indossa. In questo contesto, la distanza tra l’oggetto e la sua rappresentazione si assottiglia. Non perché siano diventati davvero equivalenti, ma perché entrambi possono produrre una reazione, alimentare una fantasia e attirare uno sguardo.
Rojas sembra giocare esattamente su questa ambiguità. Non tenta di riprodurre fedelmente l’esperienza del lusso, né di offrire un’alternativa funzionale alle borse originali. Al contrario, ne conserva soltanto l’elemento più immediatamente riconoscibile, quello che permette all’accessorio di essere identificato in una frazione di secondo. Il resto scompare. Rimane l’immagine, privata della materia ma ancora carica di significato. E forse è proprio questa sottrazione a rendere il progetto tanto efficace: riducendo la borsa alla sua rappresentazione più elementare, Rojas mette a nudo il potere del marchio e la velocità con cui siamo abituati ad attribuire valore a ciò che riconosciamo. Naturalmente, sarebbe semplicistico leggere questa operazione soltanto come una critica al consumismo o come una scorciatoia ironica per chi non può permettersi una borsa di lusso. La sua forza sta piuttosto nel lasciare aperta una domanda, senza pretendere di offrire una risposta definitiva. C’è una componente giocosa, quasi infantile, nel prendere un oggetto inaccessibile e trasformarlo in qualcosa che chiunque può riprodurre. Ma c’è anche una provocazione più sottile: se il desiderio può essere evocato da un’immagine stampata su carta, quanto è davvero legato alla materialità di ciò che desideriamo?
La viralità del progetto, del resto, aggiunge un ulteriore livello di lettura. Le borse di carta diventano a loro volta immagini da condividere, contenuti capaci di circolare proprio grazie alla familiarità con gli oggetti che parodiano. Per attirare l’attenzione, Rojas si appropria dei codici del lusso; per mettere in discussione quegli stessi codici, li porta all’estremo. La contraddizione è evidente e, in fondo, è parte del gioco: anche una critica all’ossessione per i simboli del lusso finisce per servirsi del loro potere di attrazione. Forse, allora, la domanda non è se una borsa stampata possa sostituire una vera Birkin. Non può farlo, almeno non sul piano materiale. La domanda è piuttosto perché, per un istante, ci venga da guardarla come se potesse. Perché riconosciamo immediatamente il modello, perché comprendiamo il riferimento, perché siamo in grado di attribuire significato a un oggetto che, fuori dal suo immaginario, non sarebbe altro che un foglio di carta.
In un sistema in cui il desiderio si costruisce anche attraverso la visibilità, il confine tra possedere qualcosa ed esibirne il segno diventa inevitabilmente più sottile. E se il vero lusso, oggi, fosse meno legato all’oggetto in sé di quanto siamo disposti ad ammettere? Assia Rojas non ci vende una borsa, né pretende di convincerci che una stampa valga quanto un originale. Ci mostra, piuttosto, quanto possa essere potente l’idea di una borsa. E mentre il suo accessorio di carta sfila per strada con la disinvoltura di un’autentica it bag, resta il dubbio che rende il progetto più interessante di una semplice trovata virale: siamo ancora noi a desiderare gli oggetti, o abbiamo imparato a desiderare soprattutto le immagini che li rendono desiderabili?
[📷 Instagram: assiarojas]